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Dobbiamo preoccuparci della distribuzione del reddito?

Dobbiamo preoccuparci  della distribuzione del reddito?

 

Penso che tutti abbiano notato come praticamente a ogni angolo di strada, agli ingressi delle stazioni della metropolitana, lungo le code di automobili ai semafori, s'incontrino sempre più questuanti e mendicanti di ogni genere e come sempre più accada di scorgere negli angoli più riparati cartoni e cenci vari che denotano la sede di qualche ricovero notturno di senzatetto.

Una civile collettività organizzata non dovrebbe tollerare che un così gran numero di persone viva in una condizione di marginalità così misera e mortificante.

Non si può certo demandare al buon cuore della gente il compito di provvedere con le elemosine alla sopravvivenza di queste persone.

Le istituzioni dovrebbero trattare questa situazione verificando individualmente le condizioni di costoro per provvedere ad assistere i bisognosi e ad allontanare i truffatori.

Tuttavia vi è un gran numero di persone che per un senso di dignità o per incertezza del risultato non ricorrono a questi espedienti, ma sopravvivono in grave povertà, soffrendo in silenzio l'impossibilità di mantenere condizioni di vita dignitose per sé e per i propri figli e di garantire a questi ultimi condizioni di pari opportunità di crescita culturale e sociale.

Si tratta di persone e di nuclei familiari non propensi all'accattonaggio, ma privi di un reddito sufficiente per una vita dignitosa o perché occupati in attività lavorative mal retribuite o perché prive di occupazione.

Le statistiche sulla povertà parlano chiaro a questo proposito. Ma dalle fredde statistiche dovrebbe scaturire una reazione di sdegno perché questa situazione si fonda su un'eccessiva e crescente disuguaglianza nella distribuzione del reddito.

Gli scandali di questi giorni (che rappresentano solo "la punta dell'iceberg": quei casi che vengono alla luce solo perché maldestramente occultati o perché incappati in qualche indagine della magistratura) aumentano l'indignazione; essi si aggiungono a quella sperequazione dei redditi che non è frutto di illeciti, ma è il frutto naturale e strutturale del funzionamento delle istituzioni economiche del nostro sistema.  

Recenti studi mostrano che mentre negli anni '80 gli stipendi dei top managers delle 350 maggiori imprese degli Stati Uniti si aggiravano intorno alle 20/30 volte i salari dei lavoratori, nel 2010 la differenza è balzata a 300/400 volte.

Gli indici di Gini e la quota dei salari sul reddito hanno subito negli ultimi trenta anni in tutti i paesi industrializzati, e in Italia in misura maggiore, un drastico peggioramento.

Queste dinamiche macroeconomiche si riflettono sulle drammatiche condizioni di povertà di un crescente numero di famiglie, da cui non può non nascere un profondo senso di indignazione.

Ma su che cosa si basa questa indignazione?

Presumibilmente sulla violazione di un elementare principio di giustizia, a sua volta basato su considerazioni di natura etica. Ma può basarsi anche su un principio di ordinata convivenza sociale: già Platone (in "Le Leggi") osservava che "se si vuole evitare la disintegrazione civile ... non bisogna permettere alla ricchezza e alla povertà estreme di svilupparsi in nessuna parte del corpo civile, perché ciò conduce al disastro. Perciò il legislatore deve stabilire ora quali sono i limiti accettabili della ricchezza e della povertà".

Serpeggia, tuttavia, qua e là la convinzione che, in fondo, la disuguaglianza della distribuzione del reddito sia la giusta espressione di un buon funzionamento del mercato, che appunto premierebbe il merito e retribuirebbe tutti i fattori di produzione in base al contributo da essi portato alla produzione complessiva.

Se così fosse non solo non vi sarebbe da preoccuparsi, ma ogni tentativo di manomettere questo meccanismo, alterando la distribuzione del reddito, danneggerebbe il funzionamento del mercato e rischierebbe di premiare o incoraggiare i pigri e i negligenti.  

Si deve rispondere che ovviamente si tratta di una questione di misura.

Una totale eliminazione della diseguaglianza nella distribuzione del reddito non avrebbe senso, ma è l'eccessiva diseguaglianza che costituisce il problema. Essa, infatti, non è il risultato di un buon funzionamento del mercato; ma, esattamente all'opposto, è il segno del suo fallimento.

Infatti, se si ricercano le cause dell'esasperata diseguaglianza, esse si trovano principalmente nell'aumento del "mark up", che è direttamente collegato al grado di monopolio e, quindi, al caso tipico di "fallimento del mercato".  

Oltre a questa, altre cause sono all'origine dell'eccessiva disuguaglianza: tutte hanno a che fare con la concentrazione del potere; potere di mercato nel caso dei monopoli e dei cartelli, potere politico nel caso delle rendite di sottogoverno, potere finanziario nel caso delle rendite finanzia- rie, potere "predatorio" (come lo chiama Fitoussi) nel caso dei consiglieri di amministrazione e dei top managers che si auto-attribuiscono larghe quote dei super profitti generati nei mercati oligopolistici.

Questi elementi vengono poi rafforzati da altri processi: la globalizzazione, il ridimensionamento del ruolo delle organizzazioni dei lavoratori e della contrattazione collettiva, lo stesso progresso tecnico risparmiatore di lavoro.

Un'altra considerazione sembrerebbe giustificare un atteggiamento di benevola tolleranza o, addirittura, di indifferenza nei confronti di un'esasperata diseguaglianza nella distribuzione del reddito. Questa starebbe nel fatto che, una volta garantito un livello assoluto di reddito dignitoso per tutti, le differenze, anche abissali, che si creano al di sopra di questo livello non meritano grande attenzione, né tantomeno preoccupazione. Il vero problema sarebbe il livello assoluto di reddito e non i differenziali distributivi.

Ferme restando le considerazioni basate sui valori di giustizia ed equità distributiva (sui quali, come si sa, esistono diverse sensibilità) bisogna, però, sottolineare che le eccessive diseguaglianze nella distribuzione del reddito non favoriscono, anzi danneggiano, l'economia.

In primo luogo perché, nella misura in cui sono legate a collusioni e a concentrazioni di potere di carattere corporativo costituiscono un incentivo a organizzarsi in tal modo per distorcere il corretto funzionamento del mercato (vanificando, quindi, ogni collegamento col "merito").

In secondo luogo perché la distribuzione del reddito influisce sulla domanda aggregata nella componente dei consumi interni: una contrazione di questi potrebbe deprimere gli investimenti, rallentare la crescita o indurre una sconsiderata espansione del credito bancario per sostenere la domanda. Quanto questo fenomeno abbia giocato nello scatenare la crisi dei "subprimes" lo abbiamo dolorosamente constatato.

In terzo luogo, un'eccessiva diseguaglianza nella distribuzione del reddito crea eccessive concentrazioni di ricchezza finanziaria alimentando in tal modo i mercati speculativi ed espandendo il settore delle rendite finanziarie, con gravi rischi di instabilità sistemica e con notevoli sottrazioni al processo di accumulazione di capitale fisico sia privato che pubblico.

Se queste considerazioni si sommano a quelle basate sulla giustizia ed equità, non si può non stigmatizzare l'indifferenza e l'inattività delle autorità politiche di fronte a questo problema, tanto più se si confronta con la premurosa solerzia dedicata ad altre questioni.  

Una volta constatata l'eccessiva diseguaglianza nella distribuzione del reddito, due sono i principali strumenti per correggerla, o per temperarne le conseguenze: lo strumento fiscale e lo strumento del welfare. Purtroppo sia l'uno che l'altro, forse per obbedire ai dogmi delle politiche recessive o forse per evitare radicali cambiamenti, vengono oggi gestiti in maniera da aggiungere ulteriore iniquità alle esistenti diseguaglianze.  Tuttavia, la manovra di questi strumenti richiede molta perizia, per evitare di provocare danni superiori a quelli della diseguaglianza che si vuole correggere.

Ancora più importante è, quindi, combattere la diseguaglianza alla radice: cioè, impedire che essa si sviluppi anziché cercare di correggerla dopo che si è irrobustita. Ciò richiede di imprimere al governo dell'economia specifiche linee direttrici di lungo periodo.

Se ne possono indicare quattro principali.

La prima: ridurre il grado di monopolio e i protezionismi corporativi in tutte le aree di attività economica.

La seconda: regolare i mercati finanziari e i movimenti di capitale a livello globale. La terza: controllare le retribuzioni dei dirigenti pubblici e delle società partecipate. La quarta: rafforzare la contrattazione collettiva e introdurre la partecipazione dei lavoratori negli organi di gestione delle aziende.

Linee da approfondire, certo, ma non da ignorare col pretesto che si tratta di direzioni di lungo periodo.

 

Sebastiano Fadda (Professore Ordinario Dipartimento di EconomiaUniversità degli Studi Roma Tre)

Pubblicato il 30.06.2015

 

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